I biocarburanti provenienti da materie prime rinnovabili, come l’HVO (Hydrogenated Vegetable Oil) e il SAF (Sustainable Aviation Fuel), essendo una soluzione già disponibile, possono rappresentare seriamente la svolta per diversificare gli approvvigionamenti, ridurre le emissioni GHG lungo la filiera e preservare la capacità e le competenze industriali dei Paesi europei. È da questo assunto che parte un interessante studio pubblicato da Eni e TEHA Group in occasione del Forum di Cernobbio.

Intitolato “Sustainable biofuels as a strategic lever for industrial competitiveness, energy security and decarbonization”, lo studio delle due realtà ha cercato di tratteggiare i cambiamenti epocali a cui lo scenario energetico è andato incontro a livello globale negli ultimi anni, dalla concezione del Green Deal alle crisi geopolitiche. In questo scenario, le dipendenze da tecnologie, materie prime e capacità produttive possono avere impatti sistemici, potenzialmente pericolosi per la sicurezza energetica dell’Europa.

Stefano Ballista, CEO di Enilive

Eni e THEA Group: i biocarburanti come vettore di sviluppo

Secondo le due realtà, un approccio alla transizione che privilegia soltanto alcune tecnologie rischia di creare aree di vulnerabilità per l’industria e la sicurezza europea: la dipendenza dalle importazioni di energia e di materie prime, così come la perdita di capacità produttiva, possono diventare strutturali e difficilmente reversibili. Alcuni esempi sono già in atto.

Nel settore dell’automotive, le importazioni di veicoli finiti sono più che triplicate tra il 2015 e il 2025, raggiungendo circa 166 miliardi di euro, mentre la perdita potenziale di valore aggiunto del settore in UE è stimata tra 30 e 60 miliardi di euro all’anno. Nel settore della raffinazione, dal 2009 l’Europa ha perso il 21% della capacità produttiva. L’Europa ha una limitata capacità di soddisfare la domanda, in particolare per prodotti come il diesel e il jet fuel, per i quali la dipendenza dalle importazioni è aumentata in modo significativo; inoltre, si stima che ciò abbia anche comportato una perdita tra 90.000 e 130.000 posti di lavoro qualificati.

Per fare un altro esempio, nelle materie prime critiche, il 100% delle terre rare pesanti raffinate utilizzate nell’Unione proviene dalla Cina. Si stima, inoltre, che nell’Unione Europea lo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale porteranno da 96 TWh nel 2024 a 236 TWh nel 2035 la domanda di energia elettrica per i data center. Per questo è fondamentale allentare la competizione per l’accesso all’elettricità, utilizzando ogni tecnologia negli ambiti in cui produce il maggiore beneficio. Nella mobilità, i biocarburanti rappresentano una soluzione immediatamente disponibile per ridurre le emissioni anche dei settori hard to abate (trasporti pesanti, aviazione e marittimo) e diversificare fonti, tecnologie e geografie di approvvigionamento.

Biorcarburanti: chimera o fenice?

Lo studio condotto da TEHA Group e Eni evidenzia come nel dibattito europeo sui biocarburanti siano diffusi diversi falsi miti privi di evidenze scientifiche. Un’analisi basata su dati misurabili e verificabili dimostra invece che i biocarburanti rappresentano una soluzione immediata per abbattere le emissioni di gas serra nel settore dei trasporti, data la loro piena compatibilità con il parco circolante attuale senza richiedere modifiche ai motori o alle reti distributive.

In Europa, oltre 170 milioni di veicoli diesel sono già pronti per l’uso dell’HVO in purezza, una possibilità valida anche per il trasporto marittimo, mentre l’aviazione può impiegare i biocarburanti SAF in miscela fino al 50%. Oltre ai benefici ambientali, il settore costituisce un’importante opportunità industriale e sociale. Come mostrano le conversioni degli impianti Eni a Porto Marghera e Gela, è possibile rigenerare i siti industriali salvaguardando occupazione, competenze e coesione sociale.

Si stima che gli investimenti privati nei biocarburanti possano generare in Europa fino a 66 miliardi di euro di PIL e sostenere oltre 33.000 posti di lavoro, rappresentando un modello virtuoso rispetto ai circa 49 miliardi di risorse pubbliche destinate alla mobilità elettrica, il cui impatto economico rischia di avvantaggiare prevalentemente la catena del valore cinese.

Sul piano dell’approvvigionamento, lo studio smentisce la presunta competizione con la produzione alimentare. La produzione di biocarburanti si avvale infatti sia di scarti e rifiuti — come oli da cucina usati e residui agroalimentari — sia di oli vegetali derivanti da colture intermedie in rotazione o praticate su terreni degradati. Questo modello offre un potenziale globale pari a circa cinque volte il fabbisogno europeo, garantendo un’integrazione perfetta con l’agricoltura tradizionale.

Le proposte avanzate ai policy maker europei

In conclusione lo Studio ENI-Teha ha avanzato alcune proposte a loro modo cruciali per i ‘policy maker’ europei. Innanzitutto, si suggerisce di valutare le emissioni lungo l’intera filiera anziché limitarsi a quelle allo scarico, sostenendo tecnologie immediatamente disponibili e introducendo una nuova classe di veicoli “low-carbon” alimentati esclusivamente con biocarburanti in purezza da fonti sostenibili. In secondo luogo, l’Europa dovrebbe arrestare la chiusura delle raffinerie promuovendone la riconversione in bioraffinerie, così da preservare il patrimonio industriale, le competenze e i posti di lavoro.

Infine, occorre superare la presunta contrapposizione tra agricoltura ed energia verificando la reale sostenibilità dei biocarburanti tramite dati misurabili e tracciabilità digitale. Questo consentirà di garantire flessibilità agli agricoltori senza sottrarre terreni alla produzione alimentare, trasformando i biocarburanti in uno strumento strategico di cooperazione internazionale, diversificazione degli approvvigionamenti e sicurezza energetica.

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